Non leggete questo blog

Non leggete quello che scrivo se non siete disposti ad accettare che il dolore esiste, che il dolore è qui e che rischia di sfiorarvi e forse di travolgervi.

Non leggetelo se non siete disposti a tacere.
Non ditemi mai "non DEVI fare così, non DEVI dire questo" .
Che ne sapete voi di quello che ho dentro? Che ne sapete voi di cosa vuol dire doversi alzare dal letto ogni mattina per affrontare il vuoto, il lutto, la mancanza irrimediabile?

Non leggetelo se siete convinti che la vita sia solo rose e fiori e non volete vedere il nero.

Non leggetelo se volete solo distrarvi.

Non leggete le mie parole se pensate di dirmi "la vita va avanti, devi vivere per te".

Qui vi troverete sbattuto in faccia il dolore soffocante, quello che impedisce di respirare.
Qui vi troverete sbattuto in faccia il desiderio impellente, disperato, di morire per smettere di soffrire.
Qui vi troverete sbattuto in faccia il lutto cupo, devastante. Quello che impedisce di indossare i colori, non perché sia una convenzione sociale, ma perché il corpo li respinge, perchè il corpo può accettare solo il nero, il grigio e il bianco.

Qui vi troverete sbattuta in faccia tutta la mia rabbia per l'ingiustizia di questa morte. Per quello che non gli è stato concesso. Per quello che ci è stato tolto.

Non leggetemi se non siete disposti alla pietas, al cordoglio. Quelli veri.

Tutto questo che avete appena letto l'ho scritto nei primi anni del lutto, quando c'erano solo sofferenza, mancanza, rabbia. Adesso, attraverso un complesso e articolato percorso di elaborazione, di maturazione e di crescita personale, il manifesto è da aggiornare: Non leggete se credete che chi è morto è sparito o non esiste più , non leggete se pensate che chi amate vi abbia abbandonato, non leggete se non siete capaci di aprire la mente anche a ciò che non conoscete. Non leggete se non volete vivere pienamente la vostra nuova vita, quella dopo il lutto.
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sabato 3 maggio 2014

Cinema

Ieri sera mi sono obbligata ad andare al cinema, volevo obbligare la testa a stare ancorata a una storia, un'altra storia, per tutti i 120 minuti del film.
Ma non è possibile, all'improvviso mi si sono riempiti gli occhi di lacrime: in tutte le storie c'è qualcosa che rimanda a quello che non potrà più essere.

Cervello fritto

Il lutto frigge il cervello. Qualcosa col passare del tempo si recupera, ma non si ritorna mai più quelli di prima. È come una cicatrice sulla pelle: la ferita si è rimarginata, ma la pelle non è più liscia e elastica come prima dello squarcio. Non tornerà mai più come era prima.
E tante risorse rimangono aggrappate al vuoto, alla mancanza, alla rabbia, ai ricordi.
Il lutto fa invecchiare il cervello, l'invecchiamento avanza a velocità decuplicata rispetto a chi non è vittima del lutto.
Ho detto cervello, ma avrei potuto dire anima, pelle, occhi, pelle... Mi guardo nelle foto che ci ritraggono insieme e mi guardo allo specchio: non sono più quella. Sono l'ombra di quella che ero.

giovedì 1 maggio 2014

Barbaglio, illusione

Chiudo la porta, la lama di luce del pianerottolo sparisce. Buio. Buio e silenzio.
A volte guardo illusa verso il tuo studio, sperando di vedere la luce del computer e tu davanti a scrutare il monitor. 
Barbaglio nel buio dell'anima.
So che quando ti pare ci sei. Ma non può bastarmi, lo sai.

I colleghi pianificano le loro ferie, parlano di viaggi. Devo nascondere la rabbia e il dolore per quei viaggi che non abbiamo mai fatto e che non potremo mai fare.

domenica 23 marzo 2014

753 giorni

753 giorni in cui sono invecchiata come in 753 anni 

753 giorni in cui vivere ha perso senso 

753 giorni in cui il dolore mi è sempre stato accanto, a volte urlandomi negli orecchi, a volte bisbigliando senza sosta fino a farmi impazzire 

753 giorni in cui posso solo guardarti in fotografia e ricordare struggentemente quello che non potrà mai più essere 

753 giorni in cui avrei voluto che ogni giorno fosse stato il mio ultimo giorno su questa terra 

753 giorni in cui invidiare chi ha ancora la sua famiglia, il suo compagno 

753 giorni in cui sentirmi sola, abbandonata 

753 giorni in cui odiare il fatto di essere obbligata a vivere

sabato 15 febbraio 2014

Morire, svanire

Quanto durerebbe il volo? 
Un angoscia tremenda mi stringe la gola.
Niente, non esiste più nulla.
Solo il dolore, solo l'assenza.
Sei morto, non c'ė più nulla qui per me.

sabato 1 febbraio 2014

Kaos

La mia casa è un caos. Il caos che ho dentro è tracimato fuori. dilagato ovunque, come l'acqua dell'Era che ha invaso case e strade.
Quell'acqua gialla che mille filmati su internet propongono e ripropongono.
Vedo coppie infangate che buttano fuori mobili, biciclette, cucine, poltrone intrise di acqua e di fango, e davanti agli occhi mi balza la tua immagine con gli stivaloni alla coscia, la giacca a vento aperta. Senza di te non avrei potuto fare nulla. Insieme facemmo tutto.
Svuotammo, pulimmo, asciugammo, rimontammo. In due. Tu eri la mia forza. Io ero la tua forza.
Insieme.
Ma ora mi hai lasciato sola qui ad affrontare tutto. Ora non ce la faccio più ad affrontare nulla.
Kaos.
Ogni tanto cerco di arginarlo, di limare qualcosa.
Ma tutte le volte rischio lo scoppio del cuore.
 - Scoppiasse davvero! -
dentro una busta venuta da chissà dove ritrovo memoria del tuo ultimo ricovero in ospedale.
Sto male. Vorrei vomitare da quanto sto male.


domenica 26 gennaio 2014

musica e lacrime

Ieri sera sono andata a un concerto di musica ebraica
Non amo la musica, l'autoradio mi serve per le notizie sul traffico, qualche raro giornale radio e poco più.
Poche musiche riescono a emozionarmi, una di queste è la musica ebraica. Non ne capisco il perché.
Ieri sera mi son trovata ad avere nella testa flash continui, filmati spezzoni di due anni fa, dalla telefonata delle14 che mi annunciava la morte di Pablo, ai frenetici assurdi giorni successivi, al funerale in Argentina, il funerale in Italia, io che accarezzavo la bara, io che stringevo convulsa l'urna con le ceneri che non erano tiepide come il suo corpo, ma fredde inerti- Pablo non c'era più, non sarebbe mai più potuto tornare. Che ci stavo ancora a fare io qui.
Le lacrime mi colavano sulle guance. La musica aveva aperto uno sportello e il dolore arrivava a ondate.
Dove sei Pablo? perché tardi? io sono tanto, troppo stanca.