Non leggete questo blog

Non leggete quello che scrivo se non siete disposti ad accettare che il dolore esiste, che il dolore è qui e che rischia di sfiorarvi e forse di travolgervi.

Non leggetelo se non siete disposti a tacere.
Non ditemi mai "non DEVI fare così, non DEVI dire questo" .
Che ne sapete voi di quello che ho dentro? Che ne sapete voi di cosa vuol dire doversi alzare dal letto ogni mattina per affrontare il vuoto, il lutto, la mancanza irrimediabile?

Non leggetelo se siete convinti che la vita sia solo rose e fiori e non volete vedere il nero.

Non leggetelo se volete solo distrarvi.

Non leggete le mie parole se pensate di dirmi "la vita va avanti, devi vivere per te".

Qui vi troverete sbattuto in faccia il dolore soffocante, quello che impedisce di respirare.
Qui vi troverete sbattuto in faccia il desiderio impellente, disperato, di morire per smettere di soffrire.
Qui vi troverete sbattuto in faccia il lutto cupo, devastante. Quello che impedisce di indossare i colori, non perché sia una convenzione sociale, ma perché il corpo li respinge, perchè il corpo può accettare solo il nero, il grigio e il bianco.

Qui vi troverete sbattuta in faccia tutta la mia rabbia per l'ingiustizia di questa morte. Per quello che non gli è stato concesso. Per quello che ci è stato tolto.

Non leggetemi se non siete disposti alla pietas, al cordoglio. Quelli veri.

Tutto questo che avete appena letto l'ho scritto nei primi anni del lutto, quando c'erano solo sofferenza, mancanza, rabbia. Adesso, attraverso un complesso e articolato percorso di elaborazione, di maturazione e di crescita personale, il manifesto è da aggiornare: Non leggete se credete che chi è morto è sparito o non esiste più , non leggete se pensate che chi amate vi abbia abbandonato, non leggete se non siete capaci di aprire la mente anche a ciò che non conoscete. Non leggete se non volete vivere pienamente la vostra nuova vita, quella dopo il lutto.
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lunedì 28 ottobre 2019

vi serve uno schema?

Tanti hanno necessità di visualizzare il baratro, di capire dentro cosa stanno precipitando. 
Questo può aiutare a comprendere , non solo perché si dà un nome a ciascuna fase, ma soprattutto perché illustra visivamente quello che sostengo (per esperienza diretta) da sempre: Per poter iniziare un percorso di risalita è necessario toccare il fondo.
Scendere a guardare in faccia il dolore, lasciarsi andare a sentire la sofferenza in tutti i suoi più minuscoli dettagli, senza evitarla, senza mettere lo sporco sotto al tappeto.
Non pensiate che il percorso sia lineare come in questo schema. No. Non lo è si fanno passi avanti e si fanno passi indietro. Si ritorna sui propri passi. A volte sembra che niente potrà mai più cambiare. A volte ci sembrerà di rassegnarci al fatto che la nostra vita, da quel momento in poi possa essere solo il vuoto di quella terribile assenza.
Datevi il tempo, datevi tutto il tempo che serve. E amatevi, ricordate di amarvi.



lunedì 14 ottobre 2019

VOI CREDETE DI ESSERE ETERNI


Non siamo soli, ce lo ricordano continuamente.
Non siamo soli, ci stanno vicini, e quando trovano un'antenna capace di ricevere i loro messaggi ce lo dicono con parole chiare e amorevoli

canalizzazione del 16 NOVEMBRE 2018 - VOI CREDETE DI ESSERE ETERNI
 
Voi credete di essere eterni e infatti vi comportate come esseri eterni. Ma sbagliate quando pensate che l'eternità sia legata al vostro corpo. Alla vostra carne, ai vostri muscoli, al vostro cervello. In altre parole al vostro attuale contenitore.
Contenitore, per voi che credete erroneamente di albergare in quella flaccida o solida struttura molecolare che ha una pompa che chiamate cuore.
Tu lo sai, ma a volte fingi di dimenticarlo, a volte te ne ricordi con stupore e con sgomento. Non sei quello che lo specchio ti rimanda come tua immagine. Sei molto di più, sei ben altro.
Perché vi ostinate così tanto a rimanere ancorati, ingabbiati in quel contenitore?
Perché avete paura!
Avete paura di ciò che adesso non ricordate,  non vedete con chiarezza come quando eravate pura energia.
L'energia non ha bisogno di vaccini, l'energia non ha il Parkinson  l'energia ha bisogno di un diverso tipo di manutenzione.
Manutenzione che si chiama amore. Progredire nell'amore.
L'amore è anche comunicazione. Scambio. Interconnessione.
L'amore è dilatarsi senza falsi, immaginari, confini.
Il nostro concetto di Amore è molto più ampio di quello che avete voi.
Ti ricordi l'esempio in quel libro: "l'amore marmellata"? Allora ti fu chiaro. [ndr: si riferisce ai libri del francese M. Quoist indirizzati agli adolescenti dove è fatto questo esempio: "J'aime la marmelade" e "je t'aime" utilizzano lo stesso verbo, ma il primo è funzionale solo a se stessi, mentre l'altro prevede anche il donare se stessi]
Voi, adesso, è come se aveste un concetto limitato di amore, come appunto avevano quelli che si fermavano a "l'amore marmellata".
L'energia propulsa da quello che noi qui chiamiamo Amore è la forma di energia più potente, più sviluppata dell'universo.
Potreste immaginarlo come il propulsore eccellente, dove non c'è spreco di energia. Dove tutto viene trasformato in energia.
Vi affannate con gli atomi, i quanti, i neuroni, vi affannate quando appena state balbettando le prime parole.
Proviamo così tanta tenerezza osservandovi, proviamo così tanto amore per voi che avete scelto di fare questa esperienza in una materia densa e pesante. Siete esploratori di voi stessi. Vi state arricchendo e tornerete arricchiti, pronti alle vostre nuove esperienze.
Voi siete gli esploratori, siete quelli che hanno scelto di avere il cuore in due luoghi: qui con noi a casa e lì nel mondo della materia.
Quanto vi amiamo per la vostra scelta! Siamo come una equipe, noi qui a sostenervi, voi lì a camminare, a fare quei passi a volte così faticosi.
Vorremmo darvi indicazioni per alleggerire quei passi.
Lasciate andare. Siate meno attaccati a quella materia in cui siete immersi.
A volte la percepite come l'unica vostra ancora di salvezza, e non vedete che invece di un’ancora saldamente agganciata è solo un macigno che vi trascina con il suo peso. Un macigno che vi appesantisce, che non vi può rendere liberi. Mai.
La libertà, la vostra libertà è nel lasciar andare. O meglio nel saper lasciar andare.
Imparate a farvi delle domande aperte. Non fermatevi al SI e al NO. Esplorate le altre possibilità. Quelle che non vedete immediatamente.
Esplorate. Per lasciare andare consapevolmente. Per scegliere di lasciare andare è necessario ascoltare, vedere con nuovi occhi. Uscire dalla corazza che è diventata troppo stretta per indossarne una nuova. Appena confezionata con le nuove misure.
Osserva quell’insetto che con dolore, ma anche con sollievo, si libera dal vecchio esoscheletro per generarne uno nuovo.
Così dovete fare voi, figli cari, dovete avere il coraggio di abbandonare il conosciuto per costruire nuove conoscenze. Per procedere.
Non pensate solo alle piccole cose, non pensate solo alle grandi cose.
Reimparate l'ascolto e l'osservazione, imparate ad esaminare e ad elaborare ciò che state fagocitando.
Sputate, vomitate quello che vi appesantisce. siate leggeri e potrete imparare ad essere liberi. Siate leggeri nel bagaglio.
Il bagaglio contenga ciò che è veramente importante. Ciò che è importante non appesantisce, anzi alleggerisce perché consente di valutare meglio ciò che deve essere lasciato sul ciglio della strada.
Non distruggete ciò che a voi non è più utile, servirà, sarà utile ad altri che passeranno da quello stesso ciglio di strada. Abbiate il rispetto, non deridete chi diversamente da voi non sa indossare la camicia che avete appena lasciato.
Vi manca comprensione, vi manca empatia, vi manca compassione.
Vi mancano? Esaminatevi serenamente. Non vi stiamo condannando per ciò che vi manca, vi stiamo invitando a comprendere, a saper guardare.

[da "la Medianità a supporto del lutto" dicembre 2018 - tutti i diritti riservati]

venerdì 4 ottobre 2019

La verità nel lutto

Mi chiedo più o meno spesso a che punto sono della mia vita. Probabilmente queste son domande che impariamo a farci solo se ci soffermiamo a pensare il senso del nostro attraversare questi spazi e questi tempi.
Domande che prima (prima dello stravolgimento  della mia esistenza) non mi facevo.
Per cercare una risposta devo gettare lo sguardo non solo a chi sono adesso, ma anche a come ci sono arrivata, a chi ero.
La memoria da sola non basta perché la memoria è selettiva, per nostra fortuna!
Così talvolta, un po' saltellando di qui e di là,  riguardo vecchie foto, rileggo lettere e scritti.
Mi è tornato davanti questo, e mi son chiesta come lo avrei scritto oggi.
Beh lo riscriverei esattamente così

Vivere appieno l'esperienza del distacco, dare verità al dolore
"Ma non solo: la collocazione dell'urna in un luogo diverso dalla casa nella quale il defunto viveva, consente ai congiunti di vivere appieno l'esperienza del distacco. Di dare verità al dolore, senza che l'affetto per il defunto venga meno".
Ho estrapolato questa frase da un discorso più ampio.
L'ho estrapolata perché mi ha colpito la raccomandazione sul vivere appieno l'esperienza del distacco. Ossia il lasciar andare.
Che è molto difficile faticoso, che non ci è "naturale". Il bambino piange quando il genitore esce dal suo campo visivo, il gioco del cucù serve proprio a tranquillizzare il bambino, dandogli la possibilità di realizzare che, anche se non la vede in quel momento, la madre è comunque presente.
Lasciar andare. Ero nella camera ardente di mia mamma quando la vidi in piedi, con una mano appoggiata alla sua bara, raddrizzarsi e dirmi "lasciami andare".
Lasciar andare significava non solo non trattenerla, ma (l'ho capito purtroppo solo più tardi) proseguire nella mia vita, senza bloccarmi su quello che non c'era più, sul dolore per una morte che era nelle leggi della natura. Senza cristallizzare il dolore. Dando cioè verità al dolore.
Finché siamo in questa dimensione dobbiamo viverci dentro, proseguire il percorso. Anche se decidiamo di bloccarci in attesa della nostra morte, sperando ardentemente che ci sia risparmiato il dover riaprire gli occhi domattina (quando è morto mio marito lo avevo deciso), anche se è questo il nostro più grande desiderio, nonostante noi stessi andiamo avanti.
Sta a noi scegliere il come procedere, ma è impossibile evitarlo.
Non si dimentica, non si può dimenticare. Non si può far finta che sia tutto come prima, non lo è: lui non è più accanto a noi in questa dimensione (anche se più spesso di quanto si creda lo possiamo sentire e possiamo comunicare).
Sta a noi scoprire come ci ha cambiati questa morte, scoprire, per quanto possibile, il senso di questo lutto, e con questa consapevolezza continuare la vita su questa terra, vita che ha un senso, anche se a volte sembra del tutto priva di senso ai nostri occhi umani.
Il dolore rimarrà sempre, come la mancanza, come il senso di ingiustizia e anche la rabbia perché ci è stato tolto quello che pensavamo di avere per sempre, quello che invece altri hanno e disprezzano.
Rimangono, ma rimangono con una nuova consapevolezza di noi stessi.
E per voi come è? cosa provate leggendo queste parole?

lunedì 30 settembre 2019

La morte nella società moderna


Non si è mai preparati alla dipartita delle persone, soprattutto di quelli più vicini a noi. E’ una frase scontata. È scontata perché nella società moderna manca la cultura della morte, manca la voglia di condividere il ricordo di chi non c’è più. Manca il far sì che chi è passato nell’oltre continui a far parte della nostra vita, della vita della famiglia, come invece una volta accadeva.

Nell’antica Roma vi era il culto dei Lari, in alcune società arcaiche i propri defunti venivano inumati sotto il pavimento della propria abitazione. Erano modi per testimoniare che la presenza continuava e che continuava all’interno della famiglia.

E’ ormai a conoscenza di tutti il culto dei morti nell’antico Egitto, dove chi era ricco e potente iniziava senza tristezza e senza scongiuri  a pensare alla propria morte, al viaggio che lo attendeva verso il regno dei morti, fin da giovane.

Nella società attuale invece la morte non fa più parte della vita, è qualcosa di cui è fastidioso parlare, che mette in imbarazzo. Le persone non in lutto cercano sempre e prontamente di cambiare discorso; lo fanno perché sono incapaci di rapportarsi con chi è in lutto, perché prima di tutto non sanno rapportarsi con la morte.

La morte fa paura soprattutto perché non la si conosce, perché viene da molti considerata semplicemente come la fine di tutto. La fine dell’esistenza. La fine della propria esistenza. Oppure, se va bene, per chi crede in una fede religiosa che stabilisce l’esistenza di una vita ultraterrena, la morte è percepita come il passaggio in un mondo sconosciuto e ubicato in un luogo lontanissimo, la morte è quel passaggio che sancisce il recidersi ti tutti i legami, sancisce che la persona scomparsa non sarà più in alcuna relazione con il mondo dei vivi. Sarà in un altrove più o meno paradisiaco inimmaginabile, irraggiungibile, distante da tutto e da tutti. Da cui non si torna indietro.

E questo ovviamente fa paura.

Come fa paura l’ineluttabilità della morte in un mondo dove tutti si preparano vie di uscita, piani di riserva e scappatoie a tutto: “Se non mi piace torno indietro”, “Provo a dar l’esame, se va male ritento”, “Mi sposo, tanto c’è il divorzio, anzi neppure mi sposo, convivo, che è meno impegnativo in caso di rottura”.

Quindi un luogo, uno stato, dal quale non c’è più ritorno, fa paura. Terrorizza la maggior parte delle persone del nostro mondo occidentale e materialistico.

Così teniamo esseri umani clinicamente morti attaccati come vegetali a delle macchine, pur di non lasciarli andare. O meglio: pur di non accompagnarli all’inizio della loro nuova vita “invisibile ai nostri occhi”.

Tutto questo ci fa capire che siamo molto meno consueti alla morte, e quindi alla vita dopo la morte, di quanto lo fossero i nostri antenati, e di quanto lo sono altre culture ritenute più primitive della nostra.

E tutto questo fa sì che l’essere umano precipiti nel baratro della disperazione quando qualcuno a cui tiene molto muore.


[da "la Medianità a supporto del lutto" dicembre 2018 - tutti i diritti riservati]

E per voi la morte cos'è?

lunedì 27 agosto 2018

Dopo la burrasca

Sabato c'è stato libeccio. Si volava, il mare rovesciava ondate di acqua e di ciottoli. Oggi è calmo ed io ritorno sulla spiaggia. Dopo la burrasca la spiaggia ha cambiato nettamente profilo: più dolce in alcuni punti, più scoscesa in altri. Nuove insenature. Nuove conche, lunghi tratti dove si cammina come su una pietraia smossa.
Osservo e rifletto su quanto tutto questo assomigli alla vita di chi ha subito un'immensa perdita. Niente è più come prima, ma pur nel cambiamento il mare, la spiaggia e le persone sono sempre qui. Si esplora. Si cerca di accomodarsi in qualche nuova maniera. Chi viene per la prima volta ignora il cambiamento, il suo punto zero parte da qui.
Chi si preoccupa solo della propria abbronzatura a stento registra il cambiamento. Chi ama esplora il nuovo fondale alla ricerca dei dettagli e guarda con immutata meraviglia lo spettacolo delle isole che si stagliano più o meno nette sulla linea cobalto dell'orizzonte.
Non siamo noi adesso come questa spiaggia di ciottoli?

venerdì 10 agosto 2018

ho trovato la traduzione in italiano di un post di qualche anno fa di un medico, la dottoressa Elisa Methus. Come medico aveva sempre avuto a che fare con la morte, considerandola unicamente dal punto di vista fisiologico.
Ma dopo che le è morto un figlio, come succede a tutte le persone che subiscono un lutto straziante, la sua prospettiva sulla morte è cambiata.
Ecco cosa scrive:
Sono un dottore da anni e questo mi ha portata a non rivelare mai le mie esperienze con l’aldilà dopo che è morto mio figlio Erick, per non essere ostracizzata da colleghi ed amici.
Prima di avere fatto io stessa queste esperienze, quando mi parlavano di medium, avevo in mente la scena di uno zingaro rivolto verso la sfera di cristallo.
Dopo la morte di mio figlio, mi sono accadute cose non “ comuni “ per come siamo abituati a pensare e non volevo sembrare pazza e questo mi ha costretta a portare una maschera con i miei conoscenti.
Ho sempre saputo però di non essere sola in questo mio desiderio di connettermi con l’aldilà.
Secondo un sondaggio del 2014 della CBS News, tre persone su quattro credono che la vita continui dopo la morte e molti riescono ad avere anche dei contatti con i loro cari defunti.
E’ facile pensare, quando questi segnali si presentano, che il nostro giudizio sia offuscato dalla perdita del dolore.
Noi stessi non capiamo se questi segni siano reali o frutto della nostra immaginazione e tendiamo a non comunicarli ai nostri parenti o a chi condivide il nostro lutto.
Se avete avuto simili esperienze, non credetevi pazzi e seguite i consigli che scriverò in seguito perché seguendoli, rafforzerete la vostra fede e guarirà anche il vostro dolore.
Leggere libri sulla vita dopo la morte.
Libri sulla sopravvivenza della coscienza, esperienze di pre-morte, dimensioni alternative e medianità, in particolare quelli con punto di vista scientifico, possono essere estremamente “ illuminanti “.
Questi ti aiuteranno a capire che la morte non è la fine ma un passaggio in un’ altra dimensione.
Riteniamo che al momento che non riusciamo a vederli, essi non debbano esistere. Pensate, però, che l’essere umano non riesce a vedere le onde radio ma sa che esistono.
Coloro i quali noi definiamo “spiriti “ vibrano ad una frequenza molto superiore a quella del campo del visibile, il quale non è altro che un piccolissimo frammento dello spettro elettromagnetico dell’energia che definisce la nostra realtà.
A parte l’assenza del corpo, gli spiriti sono gli stessi che erano in vita ma senza le malattie mentali e fisiche. Questo mi ha sollevato, perché mio figlio Erik soffriva di una malattia bipolare e adesso so che è libero dai suoi tormenti passati.
Guarda i segni che ti mandano i tuoi cari.
Quando parlo di segni mi riferisco a odori come profumi o colonie, oggetti come monete da 10 cent, piume, canzoni significative ascoltando la radio, oggetti in movimento o che scompaiono ed altre esperienze considerate “paranormali”.
Provate ad aumentare le vostre capacità medianiche aumentando la vostra frequenza con il pensiero positivo! Questo permette al vostro caro d’ incontrarlo a metà strada.
Una notte, proprio mentre stavo per sdraiarmi per andare a dormire, ho visto mio figlio saltare dal piede sinistro del mio letto insieme a mia sorella Denise, defunta. Lei sedeva alla sua sinistra sorridendo.
Per me è stato davvero surreale vedere tutto ciò!
Mio figlio si rivolse a me e abbracciandomi gridò: “ Mamma puoi vedermi! “.
Durò pochi secondi ma fu bellissimo e io lo percepii fisicamente.
Continuate ad avere un rapporto con loro
Il rapporto con il vostro caro defunto, potrà risultare diverso da quello che avevate prima, ma sarà anche più bello. È possibile comunicare imparando a canalizzare da soli.
Uno dei modi più semplici è quello che si fa attraverso “ il gioco della mano “.
Scegliete che una mano rappresenti il sì e l’altra il no, quindi chiedete al vostro caro una domanda che abbia come risposta il si o il no. Ad esempio: “ Stai bene? “
Aspettate la risposta con i palmi delle mani in su. Potrete percepire un cambiamento di temperatura o pressione. Potrebbe essere un formicolio, un bruciore o una sensazione paralizzante. Se non si ottiene nulla chiedete loro di renderlo più forte fino a quando non si è soddisfatti e si percepisce un cambiamento.
Si può anche iniziare una “ conversazione interiore “ con loro.
Sono solita prendere una tazza di tè per rilassarmi e comincio a parlare a mio figlio e aspetto la sua risposta. Se siete rilassati, essa sarà la prima frase, immagine o parola che vi arriva nella testa.
Una regolare conversazione con la persona amata defunta ha il potere di guarire.
Ci potrebbe aiutare a superare il lutto e a capire che non esiste perdita, perché l’amore non ha confini, neanche la morte.
Dott.essa Elisa Methus
A quanti di voi sono successe "cose non comuni"?
A me succedono di continuo e dò ragione alla Methus quando afferma che sarà anche più bello.
Se mi state leggendo perché devastati dal lutto allora provateci anche voi. Dentro di sé ciascuno di noi ha la capacità di entrare in contatto con chi ci ama e non ha più il suo corpo carnale.
Fidatevi. Fidatevi del vostro sentire.

giovedì 29 marzo 2018

i sogni e il sognare. Come fare a sognare

Ho sentito tante persone colpite da un lutto che lascia senza fiato dolersi perché non  sognano il proprio caro.
Ho sentito un vero e proprio rammarico in queste persone. In alcuni casi anche una sorta di ferita, di offesa: "perché non viene in sogno da me? va da tutti, ma non da me. Gli altri la sognano e io no"
Non viene da me".
Tutti sogniamo, ma non tutti ci ricordiamo i sogni che ogni notte facciamo.
E' facile che quando veniamo svegliati all'improvviso ci si ricordi di ciò che stavamo sognando, ma se non lo raccontiamo subito, se non lo scriviamo subito poi ce ne scordiamo. Quindi tenetevi un taccuino dei sogni e una matita sul comodino.
E non sempre un sogno è necessariamente un contatto con il mondo dell'oltre.
Spesso il sogno è solo un contatto con la parte più profonda di noi stessi.
Ma quando è che si sogna?
Per poter sognare è necessario essere nella fase REM del sonno, ossia in quella fase in cui il nostro cervello è a livello di onde theta (tra i 4 e gli 8 Hz).
La fase REM è quindi la fase onirica, di solito siamo della fase REM circa 120-90 minuti prima del risveglio naturale. Se dormite poche ore per notte, se la sveglia suona quando siete ancora in uno stato si sonno profondo (quello che i vecchi chiamavano il "primo sonno") forse non vi date modo di arrivare alla fase REM, la sveglia suona prima che ci possiate arrivare.
Se siete angosciati, pieni di dolore, se il dolore, l'ansia, la rabbia soffocano qualsiasi altro vostro sentire difficilmente il sogno sarà la porte verso l'oltre, difficilmente darete la possibilità, a chi non è più nel suo corpo, di entrare in contatto con voi oniricamente.
Se volete sognare, ricordando i sogni, è necessario dare al proprio corpo tutte le ore necessarie per il riposo. Ci sono persone che hanno bisogno di sole 7 ore per notte, e ce ne sono altre che ne hanno bisogno di 10-11. Rispettatevi, amatevi e concedetevi tutto il tempo che vi serve.
Una volta che avete capito quante ore di sonno vi servono, provate a puntare la sveglia 90 minuti prima del risveglio naturale, cercate quindi di rimanere svegli nella quiete per 30-40 minuti, quindi riprendete il sonno. Con questa tecnica si può facilitare il ricordare il sogno.
E voi ricordate quello che sognate? E voi avete questo bisogno di sognare chi è passato di là?


mercoledì 7 marzo 2018

Cos'è che nel lutto brucia di più?

Cos'è che nel lutto brucia di più?
Cos'è che ci fa più male di tutto?
Il fatto che lui non sia più accanto a noi.
Il non poter più interagire, condividere.
Il non potersi toccare, abbracciare.
In una parola sola il non potersi più relazionare con chi non c'è più.
E poi quella enorme sensazione di mancanza. Il sentirsi abbandonati.
A volte siamo talmente disperati che ci arrabbiamo con lui perché se ne è andato. Perché ci ha lasciato soli qui.
Come le ho conosciute bene tutte queste sensazioni!
Quanto si soffre. Si vorrebbe morire pur di potersi ricongiungere in qualche maniera con chi non c'è più.

E se fosse possibile continuare la relazione seppur con modalità profondamente diverse?
E se all'improvviso scopriste che chi è morto, chi è andato dall'altra parte, sta cercando cocciutamente di farsi sentire da voi? Di comunicare con voi?
Aprite la mente, ma soprattutto aprite il cuore.
Fidatevi di voi, parlatene poco con parenti, amici e conoscenti perché vi guarderebbero con sufficienza, rifiutandosi di aprirsi a quello che non conoscono.
Osservate, ascoltate, annusate.
Fatelo con fiducia, ma anche con la essenziale attitudine del ricercatore.
Filtrate, scartate quando è evidente che si tratta solo della vostra fantasia, del vostro desiderio di "sentire".
Studiate, leggete, documentatevi.
E, non mi stancherò mai di ripeterlo, FILTRATE e scartate.
Se sentite una strana brezza in casa, per prima cosa controllate che porte e finestre siano ben chiuse, che ventilatori e condizionatori siano spenti. Se non c'è niente che potrebbe smuovere l'aria allora chiedetevi di cosa si tratta. Specialmente se l'evento si ripete.
Se sentite odori che appaiono e scompaiono all'improvviso, in maniera netta e non lasciano scie. Se tutto è chiuso e aprendo le finestre avete la conferma che l'odore non viene da fuori. Allora chiedetevi di cosa si tratta. Specialmente se l'evento si ripete e se quell'odore è associato a un particolare ricordo.
Se la radio e la televisione si accendono da sole, se le luci si accendono e si spengono da sole  e non ci sono problemi tecnici, allora chiedetevi di cosa si tratta.
Se sentite toccarvi i capelli e nella stanza non c'è nessuno, non c'è vento, non ci sono insetti, allora sappiate che è una carezza.
Che sono tutti modi per dirvi che non vi ha lasciato, che c'è, che continua a camminarvi accanto.
Allenatevi. Imparate ad ascoltare e osservare. Sempre che abbiate voglia di farlo.
Per molti in realtà è molto più facile e comodo collocare chi è morto in un mondo remoto, distante, molto distante, e soprattutto ben separato dal nostro. Perché quello che non si conosce spaventa i pigri, spaventa chi ha bisogno di collocare tutto nelle caselle del suo casellario mentale. Spaventa.
Ma è così bello scoprire che siamo molto di più di quello che ci hanno sempre insegnato a pensare di essere.
Imparate a viaggiare con la mente, col cuore e con l'anima.
Avete voglia di farlo, di farlo davvero?

mercoledì 28 febbraio 2018

Ognuno di noi ha il suo personalissimo percorso di elaborazione del lutto

Potrei scrivere post su post sui tempi e sui modi dell'elaborazione del lutto. Ma fiumi di inchiostro più o meno autorevoli sono già stati abbondantemente versati su questo tema.
Quindi qui ha senso solo esporre il mio personale percorso, cosa che magari potrà essere di aiuto a qualcuno.
Oggi è il 6° anniversario della morte di mio marito. Se leggete i post degli anniversari precedenti vi rendete immediatamente conto dell'evoluzione. Della mia evoluzione.
Dal baratro della mia morte come unico possibile sollievo dei primi anni, a questo post di oggi in cui vi racconto che ieri sera vedendo un filmato ritrovato per caso ne sorridevo insieme a lui. Con nostalgia, con il rammarico di non poter vivere più quei momenti, ma con la consapevolezza , con la prova, che non se ne è andato , che è ancora qui con me. Con noi. O meglio con quelli che hanno bisogno del suo aiuto, del suo appoggio.
E non è un'illusione.
Non è il raccontarsi una favola per disperazione.
Non è il comune e banale "sono nel nostro cuore".
E' molto altro, è molto di più.
Alcuni di noi, in seguito a lutti devastanti, sviluppano più di altri particolari capacità sensitive. Vedono, sentono, annusano, percepiscono cose che secondo il comune e banale ragionare non hanno senso.
E questo è prepotentemente capitato a me.
I primi tempi credevo che fosse solo la mia immaginazione, che fosse la disperazione per la mancanza a farmi immaginare di sentire frasi, vedere immagini, sentire odori.
Ma quando gli accadimenti diventano oggettivi, come cellulari spenti che suonano all'unisono, CD che si accendono da soli. Luci che si accendono da sole e solo in alcune occasioni e in alcuni luoghi ben precisi...
Ma quando la stessa identica frase che avevi ascoltato all'improvviso ti viene ripetuta ore dopo da una sconosciuta, quando più persone che non si conoscono tra di loro ti dicono a distanza di tempo e di luogo le stesse cose, quando le tue mani scrivono da sole, indipendentemente dalla tua volontà, quando sfere di luce ti danzano intorno....
Ecco che allora metti da parte tutta la prosopopea della tua anima di scettico e inizi a farti delle domande. Inizi a mettere in discussione delle certezze, inizi a riconoscere che la nostra mente razionale copre solo una piccola parte dell'universo. Piccolissima parte. Ecco che incominci a pensare che c'è davvero qualcosa che conosciamo pochissimo e che questo qualcosa è molto, molto più vasto del poco che conosciamo.
E allora si inizia a studiare, a sperimentare, a osservare a dare spazi, ad aprirsi a nuove esperienze a nuove possibilità. A nuove inedite modalità di comunicazione che prima neppure conoscevamo.
E si apre un mondo e il mondo che non conosciamo ci viene incontro.
E così capiamo che non ci hanno mai abbandonato.
La comunicazione continua, sono solo cambiate le modalità. L'amore continua.
E non sono nella stanza accanto, ma sono con noi, in mezzo a noi.
"Io sono in questa stanza, esattamente come quando mi toccavi. Lo senti il mio odore, sottile sì, ma c'è. Lo senti? è sottile, io sono sottile, ma pieno.
Etereo mi definisci. Ma le tue definizioni ci vanno strette. Le vostre definizioni sono insufficienti. 
Fisicamente siamo dove siete voi, ma vibriamo in frequenze molto diverse dalle vostre, per cui i nostri corpi, il mio e il tuo, si attraversano senza toccarsi. 
Ci siamo oh sì se ci siamo! Perché siete ancora così ciechi e così sordi? Mi dico di avere pazienza. Sarete sempre meno ciechi e meno sordi. Alcuni di voi lo saranno. Non tutti. 
Sì sono io, ti sto toccando, ti sto accarezzando. Vorrei sedermi a tavola e mangiare con te. Lo faremo quando sarai a casa anche tu.
Qui ci sono tanti più sapori, tanti più gusti.
 
Voi siete come un bambino che impara a dire le prime parole, mentre noi qui possiamo parlare tutte le lingue in scioltezza. 
Questo vale per tutto. 
Abbiamo, avrai ben più di soli 5 sensi. Sarai finalmente quello che sei. Quello che è il tuo potenziale. Lì tu sei solo una piccola parte del tuo essere. 
Usate la parola Luce, ma qui avrete molto di più. Luce è un concetto troppo limitato "(messaggio ricevuto il 28-2-2018) 


sabato 1 luglio 2017

Vivere appieno l'esperienza del distacco, dare verità al dolore

"Ma non solo: la collocazione dell'urna in un luogo diverso dalla casa nella quale il defunto viveva, consente ai congiunti di vivere appieno l'esperienza del distacco. Di dare verità al dolore, senza che l'affetto per il defunto venga meno".
Ho estrapolato questa frase da un discorso più ampio.
L'ho estrapolata perché mi ha colpito la raccomandazione sul vivere appieno l'esperienza del distacco. Ossia il lasciar andare.
Che è molto difficile faticoso, che non ci è "naturale". Il bambino piange quando il genitore esce dal suo campo visivo, il gioco del cucù serve proprio a tranquillizzare il bambino, dandogli la possibilità di realizzare che, anche se non la vede in quel momento, la madre è comunque presente.
Lasciar andare. Ero nella camera ardente di mia mamma quando la vidi in piedi, con una mano appoggiata alla sua bara, raddrizzarsi e dirmi "lasciami andare".
Lasciar andare significava non solo non trattenerla, ma (l'ho capito purtroppo solo più tardi) proseguire nella mia vita, senza bloccarmi su quello che non c'era più, sul dolore per una morte che era nelle leggi della natura. Senza cristallizzare il dolore. Dando cioè verità al dolore.
Finché siamo in questa dimensione dobbiamo viverci dentro, proseguire il percorso. Anche se decidiamo di bloccarci in attesa della nostra morte, sperando ardentemente che ci sia risparmiato il dover riaprire gli occhi domattina (quando è morto mio marito lo avevo deciso), anche se è questo il nostro più grande desiderio, nonostante noi stessi andiamo avanti.
Sta a noi scegliere il come procedere, ma è impossibile evitarlo.
Non si dimentica, non si può dimenticare. Non si può far finta che sia tutto come prima, non lo è: lui non è più accanto a noi in questa dimensione (anche se più spesso di quanto si creda lo possiamo sentire e possiamo comunicare).
Sta a noi scoprire come ci ha cambiati questa morte, scoprire, per quanto possibile, il senso di questo lutto, e con questa consapevolezza continuare la vita su questa terra, vita che ha un senso, anche se a volte sembra del tutto priva di senso ai nostri occhi umani.
Il dolore rimarrà sempre, come la mancanza, come il senso di ingiustizia e anche la rabbia perché ci è stato tolto quello che pensavamo di avere per sempre, quello che invece altri hanno e disprezzano.
Rimangono, ma rimangono con una nuova consapevolezza di noi stessi.
E per voi come è? cosa provate leggendo queste parole?

giovedì 29 giugno 2017

Il lutto dopo 64 mesi

28 giugno 2017: esattamente 5 anni e 4 mesi dall'esplosione di buio. Dalla devastazione della morte precoce.
Si va avanti nella vita, ma il lutto, la mancanza, il vuoto non spariscono mai del tutto. Infatti questo blog è ancora qui.
Evolvono: il dolore non strappa più in continuazione il cuore e l'anima, lo fa ogni tanto, innescato all'improvviso da una parola, un'immagine o anche solo un piccolo ricordo che non potrà mai più essere
Ci sono momenti, come questo, in cui l'assenza pesa enormemente. In cui la solitudine nella quale è necessario fare tutto è come un'incudine che ci si trascina dietro, che affatica ogni passo.
Sento le voci di una coppia non più giovane nel giardino accanto, la loro conversazione è un contrappunto di cura reciproca, di affetto, di attenzioni, di complicità nelle piccole cose quotidiane.
Il mio giardino non ha più quelle voci, è diventato muto.
Non è un problema di solitudine, nella mia vita, in alcuni momenti, la solitudine è stata una scelta consapevole, appagante.
Il dolore, la rabbia, la tristezza sono per la mancanza di quegli occhi, di quei capelli, di quelle braccia, di quell'odore, di quella mente. Per la mancanza della nostra complicità, dei nostri scontri, del nostro viaggiare, del nostro vivere la vita. Che non riavrò mai più.

venerdì 29 aprile 2016

Cosa cerca chi arriva a un gruppo di auto mutuo aiuto?


E' arrivata L., rigida, carica di rancore, di astio.
In lei il dolore del lutto, il senso di mancanza,  si mescolano con altri sentimenti fortemente negativi che hanno radici ben più profonde di quelli generati dal recente lutto.
Mi chiedo cosa stia realmente cercando L.
Il gruppo di automutuoaiuto non può sconfinare oltre il malessere , la disperazione generate dal lutto.
Non può perché se il problema del singolo esula dal lutto non troverà nel gruppo l'altro in cui specchiarsi e quindi riconoscere il proprio sentire.
Se L. tornerà allora  dovrà capire che qui può condividere solo il disagio, il dolore, la mancanza generati dalla morte della sua mamma.
In un post precedente pensavo al lutto come occasione di cambiamento, di ripartenze da un anima ferita, quasi uccisa, ma sicuramente più consapevole di sè, in grado di liberarsi di ciò che è un orpello. L. in questo momento non ha questa consapevolezza, bisogna vedere se vuole arrivarci o se si vuole fermare dove è.
Non siamo tutti uguali.

venerdì 22 aprile 2016

Sparita?

Sparita?
No.
Sono ancora qui. Come ci sono ancora le pietre nella tasca. Ma la mano si è un po' abituata alla loro superficie tagliente. Il corpo si inclina sotto il loro peso per bilanciare il passo.
Ho tanti segnali che mi dicono che è giunto il momento del cambiamento, dopo quattro anni. Qualcosa accadrà. 
Ha ragione F. quando mi scrive "Viene da pensare che il vero sè si rigenera ritorna alle origini o meglio cerca di farlo passando attraverso esperienze dolorose che  mettono in discussione in modo profondo la vita.  QUESTA rinascita non poteva venire quando avevamo ancora la ns.metà?   "
Esperienze, profonde, coinvolgenti, totali, strazianti come il lutto ci scuoiano vivi, tolgono i filtri, tolgono gli orpelli, e o si muore o si rinasce, diversi. Le sensibilità si acuiscono, il bisogno di cercare si fa strada attraverso i sedimenti del quotidiano.
Ma non è facile, non è per nulla immediato, e spesso è doloroso. Ci fa sentire ancora più soli.
Dove ci porterà questo cammino?

lunedì 14 marzo 2016

elaborazione del lutto - fasi saltate?

Vedo persone che hanno subito un lutto recente, un lutto di quelli che devastano il proprio progetto di vita.
Vedo queste persone buttarsi alla ricerca di qualcosa di esoterico.
E mi chiedo quanto questo faccia il loro bene.
Mi spiego meglio: non sto condannando la ricerca di un mondo spirituale o la crescita del sé.
Non sto criticando lo studio dell'energia (interessantissimo)
Mi sto domandando se non si stia comprando bignè quando invece si dovrebbe prima mangiare del pane per placare la fame.
Sempre per rimanere nel mondo delle metafore: non va bene nascondere lo sporco sotto il tappeto per ricevere gli ospiti.
Prima si fa pulizia e poi si ricevono gli ospiti.
O forse mi sbaglio?


lunedì 29 febbraio 2016

29 febbraio 2012 - 29 febbraio 2016

Il primo vero anniversario.
Si presta a giochi di parole, a elucubrazioni.
Qualche settimana, fa in un film, uno nato il 29 febbraio esclamava convinto "ho 10 anni! questo è il mio decimo compleanno" mentre ovviamente ne aveva 40.
Inevitabilmente ho pensato "è vero: questo è il primo anniversario"
Era solo il desiderio che la vita si fosse davvero fermata. Era il primo anniversario, vero anniversario, ma la vita ti ha strappato a me 1460 giorni fa.
La vita o la morte? forse sono la stessa cosa, le due facce di una stessa medaglia.
Il risultato non cambia.
1460 giorni.
"in cosa è stato diverso questo anniversario" mi hanno chiesto?
Sapevo benissimo che l'aspettativa era quella di una risposta positiva: La brava scolaretta ha fatto il suo compito: Elaborazione del lutto.
La brava scolaretta.
Mai stata brava, mai stata scolaretta.
E infatti son qui da sola a  guardare questi 1460 giorni, a condividerne l'attraversamento con quelli che sentono ancora viva, come me, la presenza della tua assenza.
Non c'è lo strazio, ormai sono pienamente lucida, è tornato il riserbo che mi ha sempre contraddistinta (tranne, forse, qui). Non c'è quello strazio che soffoca il respiro, ma c'è lo strazio quieto con cui si è imparato a convivere in maniera estremamente riservata, privata.
E c'è la trasformazione, l'evoluzione, che arriva attraverso gli tsunami che devastano le vite.
A ogni tragico lutto sono evoluta, ho fatto molti passi in avanti lungo il mio percorso. 
Ho pagato molto caro il conto di quello che sono.
Così abbiamo brindato insieme, io e te,  al quarto tuo non compleanno. La morte è la tua rinascita.


lunedì 11 gennaio 2016

L'amore adesso

Il film, carino, di natale ce la fa sempre a colpire alla bocca dello stomaco.
Pensi che ce l'hai fatta, che il periodo peggiore dell'anno  è passato.
Il peggiore perché è quello in cui il calore della famiglia è ricordato, celebrato, richiamato in ogni piega e in ogni angolo. Perché tutto ti ricorda che la vita ti ha beffato, insultato, violentato, portando via il tuo compagno a soli 48 anni.
Pensi di avercela fatta a scivolare, a schivare le pugnalate dei ricordi, le stilettate della tua casa gelida, del silenzio assordante mentre dalle altre case arrivano risate felici.
Pensi di avercela fatta quando invece sullo schermo compaiono gli ultimi 10 minuti di Love actually.
E non ce la fai a clickare su off, lo devi rivedere. Devi rivederlo fino a quel maledetto bellissimo mosaico di immagini, dove ti fanno vedere che tutti (solo tu escluso) a Natale hanno accanto la persona che amano e dalla quale sono riamati.
Tutti.
Io esclusa.
Abbracciami amore mio, torna indietro almeno per un attimo e abbracciami.

venerdì 18 dicembre 2015

Subdole arrivano le stilettate dei ricordi

​Basta nulla, proprio nulla.
Basta che in una conversazione venga inserita una frase dall'aspetto innocente: "sono passata nel tale negozio, quello che è vicino alla casa di Pablo".
E si apre uno squarcio gelido e rovente.
E si chiude la bocca dello stomaco.
E si curvano le spalle.
E lo sguardo si perde all'indietro, in quei ricordi che adesso, di nuovo fanno male, perché irripetibili. Perché vorresti tanto che in questi giorni  in cui si pensa a comprare i regali, a festeggiare il natale, si compisse il miracolo di riavvolgere indietro il nastro del tempo, il miracolo di riaverlo vivo accanto, in carne e ossa, con il calore delle sua pelle, con l'odore suoi capelli, con il suono della sua voce, con l'abbraccio ...
...e invece...
Le lacrime spingono da dietro le palpebre, vorrei ranicchiarmi, lo stomaco è sempre più un nodo di pietra che preme verso la gola, la testa si fa di nuovo vuota, raggelata dall'enormità di questa morte, dall'assurdità della mia sopravvivenza.


mercoledì 9 dicembre 2015

lista Natale 2015

Ho preparato la lista. Persone che si aspettano un regalo o un pensiero da me, persone a cui voglio bene, persone a cui desidero fare un regalo.
Tu eri sempre il primo della mia lista, il regalo per te era quello a cui dedicavo più energie, era quello che mi scaldava il cuore. Quello più importante.
Volevo farti felice, volevo regalarti quello che desideravi. Spiavo i tuoi occhi per indovinare cosa cercare. Rivoltavo il mondo per trovarlo.
Ho il nostro ultimo Natale stampato nel cervello, impresso nel cuore. Sfrigolante della tua mancanza.
E il tuo nome continua a essere il primo. 
Come sempre.
Ma non posso più rivoltare il mondo. Mi manchi.

sabato 21 novembre 2015

Evoluzione del lutto: riflessioni da dentro

Continuare a frequentare il gruppo mi porta a riflettere su quanto siano diversi i bisogni di ciascuno di noi.
Io avevo iniziato a frequentarlo perché era l'unico posto dove ci fossero persone in grado di provare empatia con me. Erano le uniche che avessero un orecchio capace di ascolto, capace di ascoltare il dolore, lo strazio, la rabbia. Erano le uniche con cui io avessi qualcosa in comune, e questo qualcosa era ormai la totalità del mio essere: il lutto.
Null'altro. Non volevo ricette, non volevo risposte a domande. Il dolore, il desiderio  di non vedere il giorno di domani, la rabbia, erano parte di me, erano me. Non mi ponevo neppure il problema di doverci convivere. Mi era precipitato il mondo addosso, e nessuno avrebbe potuto fare nulla per togliere quelle macerie.
F. invece non voleva più stare male. Non parlava mai del marito morto, che pure amava, il suo problema era non essere capace di riprendersi rapidamente, di riprendere rapidamente il controllo di sé stessa. Guardava a ciascuno ansiosa di trovare conferma al fatto che si sarebbe ripresa.
G. era come me.
A. era arrivata con una necessità impellente di rivivere ogni attimo di quella giornata che aveva segnato la fine di tutto. Poi all'improvviso ha deciso di bloccare tutto. Bloccarsi.
E. veniva perché era l'unico posto dove poteva dar voce e dar corpo al lutto, il resto del tempo doveva fare la mamma serena e fiduciosa che dà stabilità ai bambini.
M. era piena di risentimento contro tutti, rivoleva la sua vita esattamente come prima, non intendeva cambiare nulla.
E così via: C., M., F., A., P., C., I., G., G., G., O., A., .... e tutti gli altri.
Tante storie, tanti dolori, tanti percorsi diversi. Quasi tutti però con una cosa in comune: l'evoluzione. Il cambiamento.
Si evolve. Il lutto evolve, anche senza il contributo del diretto interessato. Evolve nonostante noi. Nonostante io non abbia mai avuto il bisogno di andare avanti. Non me ne fregava nulla di andare avanti. Il mio unico desiderio era di farla finita con tutta quella sofferenza con quel vuoto spaventoso, e l'unica soluzione che concepivo per questo era sic et simpliciter la mia morte. Solo la mia morte avrebbe potuto darmi sollievo. Non vedevo altre vie, al contrario di F. che avendo due figlie aveva bisogno di esserci per loro, esserci. Al contrario di tutti quelli che avevano ancora accanto persone di cui doversi prendere cura.
Trovavo impraticabile l'idea che fosse possibile vivere senza tutto quel dolore travolgente.
Invece...
Si evolve, tant'è che con mia grande sorpresa, dopo quasi 4 anni ho avuto voglia di fare qualcosa che un tempo mi dava piacere.
E soprattutto ascoltando e guardando chi è appena arrivato vedo le differenze tra me e loro. Vedo in loro quella che ero, non quella che sono.
Questo non vuol dire che il processo sia lineare, tutt'altro. Aspettatevi che il dolore torni a togliervi il fiato, a piantarvi lame roventi nell'anima. Aspettatevi di star male, di precipitare nella disperazione. Ma ogni volta durerà un po' meno.

riflessi sull'acqua, riflessioni sull'evoluzione del lutto


Come ipnotizzata della luce e dall'acqua che scomponevano l'immagine continuavo a guardare questa foto.
E' lo sfondo del mio PC.
L'ho scattata io un paio di settimane fa.
Incredibilmente ho avuto voglia di uscire per fare delle foto alla luce dell'autunno.
Incredibilmente ho avuto voglia.
Solo qualche mese fa sarebbe stato impensabile per me aver voglia di qualcosa che non fosse legato ai bisogni primari di dormire e nutrirsi (all'inizio neppure nutrirsi). E soprattutto avere l'energia, la spinta per soddisfare questa voglia.
Non ho dimenticato nulla del dolore, della mancanza, del lutto.
Non ho archiviato nulla di tutto quello che ha devastato la mia vita.
La mia solitudine indotta dalla morte è chiaramente presente, la vivo con consapevolezza ogni istante, ci faccio i conti. Ci devo fare i conti.
Ma ho avuto il desiderio di fare qualcosa che mi ha sempre dato piacere, fin da piccola. Qualcosa che è parte significativa di me.
Per i primi mesi, per i primi anni del lutto avevo la necessità impellente di fare le cose per lui. Vedere prima con i suoi occhi che non c'erano più, e poi -forse- anche con i miei. Necessità impellente, imprescindibile. Io ero viva -purtroppo-, lui non era più accanto a me, non poteva gioire con me, non poteva fare più nulla, non potevamo più fare nulla insieme. Così io dovevo farlo da sola per entrambi, ma prima per lui e poi -forse- per me.
Ora non è più così? Non lo so. I confini non sono mai netti, esattamente come nel mio sfondo.
E' proprio quello che mi ha affascinato leggendo l'immagine.
La transizione della luce, il melange delle imagini riflesse, scomposte e ricomposte. La profondità oscura di quell'acqua che privata del riflesso cangiante si mostra nera, ignota, indecifrabile.
Pace, ma allo stesso tempo inquietudine.