Scivolo nella voragine dei sentimenti che è il fine settimana.
Faccio finta di non pensarci, confondo il venerdì con il giovedì.
Faccio finta di nulla, come se non guardandolo in faccia il fine settimana non potesse entrare dalla porta, con tutto il suo carico di solitudine, disperazione, dolore, apatia.
Ma la resa dei conti è inevitabile, arriva quando chiudo quella porta.
Aprendo l'armadio alla ricerca di un gilet di pile (ho freddo) mi vengono tra le mani tre magliette nuove, mai messe. Gliele avevo comprate per l'ospedale, infatti sono ancora piegate e insacchettate, pronte per il prossimo ricovero.
Prossimo.
Non ci saranno più ricoveri per Pablo, quelle magliette non le indosserà mai più.
Così come i due pigiami abbottonati davanti, per il trapianto.
Volli io che li comprasse, lui nicchiava. Lo volli per non dover correre a cercarli nei negozi, perché potesse provarseli e sceglierli.
Non ha fatto in tempo, non è arrivato al trapianto.
E' morto.
Morto.
Non hanno fatto in tempo a chiamarlo
Non leggete questo blog
Non leggete quello che scrivo se non siete disposti ad accettare che il dolore esiste, che il dolore è qui e che rischia di sfiorarvi e forse di travolgervi.
Non leggetelo se non siete disposti a tacere.
Non ditemi mai "non DEVI fare così, non DEVI dire questo" .
Che ne sapete voi di quello che ho dentro? Che ne sapete voi di cosa vuol dire doversi alzare dal letto ogni mattina per affrontare il vuoto, il lutto, la mancanza irrimediabile?
Non leggetelo se siete convinti che la vita sia solo rose e fiori e non volete vedere il nero.
Non leggetelo se volete solo distrarvi.
Non leggete le mie parole se pensate di dirmi "la vita va avanti, devi vivere per te".
Qui vi troverete sbattuto in faccia il dolore soffocante, quello che impedisce di respirare.
Qui vi troverete sbattuto in faccia il desiderio impellente, disperato, di morire per smettere di soffrire.
Qui vi troverete sbattuto in faccia il lutto cupo, devastante. Quello che impedisce di indossare i colori, non perché sia una convenzione sociale, ma perché il corpo li respinge, perchè il corpo può accettare solo il nero, il grigio e il bianco.
Qui vi troverete sbattuta in faccia tutta la mia rabbia per l'ingiustizia di questa morte. Per quello che non gli è stato concesso. Per quello che ci è stato tolto.
Non leggetemi se non siete disposti alla pietas, al cordoglio. Quelli veri.
Tutto questo che avete appena letto l'ho scritto nei primi anni del lutto, quando c'erano solo sofferenza, mancanza, rabbia. Adesso, attraverso un complesso e articolato percorso di elaborazione, di maturazione e di crescita personale, il manifesto è da aggiornare: Non leggete se credete che chi è morto è sparito o non esiste più , non leggete se pensate che chi amate vi abbia abbandonato, non leggete se non siete capaci di aprire la mente anche a ciò che non conoscete. Non leggete se non volete vivere pienamente la vostra nuova vita, quella dopo il lutto.
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Non leggetelo se non siete disposti a tacere.
Non ditemi mai "non DEVI fare così, non DEVI dire questo" .
Che ne sapete voi di quello che ho dentro? Che ne sapete voi di cosa vuol dire doversi alzare dal letto ogni mattina per affrontare il vuoto, il lutto, la mancanza irrimediabile?
Non leggetelo se siete convinti che la vita sia solo rose e fiori e non volete vedere il nero.
Non leggetelo se volete solo distrarvi.
Non leggete le mie parole se pensate di dirmi "la vita va avanti, devi vivere per te".
Qui vi troverete sbattuto in faccia il dolore soffocante, quello che impedisce di respirare.
Qui vi troverete sbattuto in faccia il desiderio impellente, disperato, di morire per smettere di soffrire.
Qui vi troverete sbattuto in faccia il lutto cupo, devastante. Quello che impedisce di indossare i colori, non perché sia una convenzione sociale, ma perché il corpo li respinge, perchè il corpo può accettare solo il nero, il grigio e il bianco.
Qui vi troverete sbattuta in faccia tutta la mia rabbia per l'ingiustizia di questa morte. Per quello che non gli è stato concesso. Per quello che ci è stato tolto.
Non leggetemi se non siete disposti alla pietas, al cordoglio. Quelli veri.
Tutto questo che avete appena letto l'ho scritto nei primi anni del lutto, quando c'erano solo sofferenza, mancanza, rabbia. Adesso, attraverso un complesso e articolato percorso di elaborazione, di maturazione e di crescita personale, il manifesto è da aggiornare: Non leggete se credete che chi è morto è sparito o non esiste più , non leggete se pensate che chi amate vi abbia abbandonato, non leggete se non siete capaci di aprire la mente anche a ciò che non conoscete. Non leggete se non volete vivere pienamente la vostra nuova vita, quella dopo il lutto.
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venerdì 30 novembre 2012
mercoledì 28 novembre 2012
La domanda mai posta
mentre sono seduta su quelle scomode seggioline da scuola, guardo le persone sedute in cerchio accanto a me e confronto il mio lutto con il loro, il mio stare con il loro stare.
Avrei tanto bisogno di trovare una situazione analoga alla mia per potermici rapportare.
Ma chi ha perso il marito ha ancora i genitori, oppure ha i figli, oppure è parecchio più giovane di me e quindi ha aspettative ben diverse dalle mie.
La domanda che vorrei fare è "Ma voi desiderate morire tanto quanto lo desidero io? Lo avete mai desiderato davvero?"
Non la faccio perché non ho voglia di sorbirmi le lezioncine di O.
Ma è forse una delle poche cose che vorrei davvero sapere.
Non la faccio perché forse dentro di me conosco già la risposta: nessuno di loro è davvero pronto a morire.
Vogliono vivere.
Chi ha figli da crescere.
Chi ha genitori di cui prendersi cura.
Chi ha sé stesso di cui prendersi cura.
Hanno ragione loro, ma io non ho più voglia di niente.
Avrei tanto bisogno di trovare una situazione analoga alla mia per potermici rapportare.
Ma chi ha perso il marito ha ancora i genitori, oppure ha i figli, oppure è parecchio più giovane di me e quindi ha aspettative ben diverse dalle mie.
La domanda che vorrei fare è "Ma voi desiderate morire tanto quanto lo desidero io? Lo avete mai desiderato davvero?"
Non la faccio perché non ho voglia di sorbirmi le lezioncine di O.
Ma è forse una delle poche cose che vorrei davvero sapere.
Non la faccio perché forse dentro di me conosco già la risposta: nessuno di loro è davvero pronto a morire.
Vogliono vivere.
Chi ha figli da crescere.
Chi ha genitori di cui prendersi cura.
Chi ha sé stesso di cui prendersi cura.
Hanno ragione loro, ma io non ho più voglia di niente.
nuovi compagni
Ieri sera mi hanno colpito due persone, o meglio le loro situazioni.
Entrambe hanno un nuovo compagno. Sicuramente una di queste due è una nuova convivenza.
Eppure continuano a venire.
Perché?
Perché si viene a questo gruppo?
Perché si sta male per un lutto che ci ha devastato la vita.
Ma se si è riusciti a proseguire a vivere tanto da riuscire ad accettare anche solo l'idea di un nuovo compagno, di qualcuno che ha preso il posto di chi è morto, questo non vuol forse dire che si è andati oltre? non vuol forse dire che si è ripreso a vivere?
E se si è ripreso a vivere questo non vuole forse dire che si è in qualche modo richiusa la ferita?
Se la ferita è richiusa perché si sente la necessità di non lasciare il gruppo?
Me lo chiedo soprattutto per il caso della ragazza più giovane.
O forse il dolore non smette mai di essere presente?
Ma se non smette mai come si fa ad accettare la presenza di un ... usurpatore?
Ho la testa piena di domande, anche se sono realmente felice per queste due persone. Credo di essermi illuminata quado quella più giovane raccontava del nuovo compagno. Mi sono illuminata per lei, perché a 30 anni non può aver vissuto tutto quello che ho avuto invece io, ed è giusto che lo abbia. A 30 anni si ha ancora la vita davanti e non si dovrebbe venire trafitti dal lutto.
Entrambe hanno un nuovo compagno. Sicuramente una di queste due è una nuova convivenza.
Eppure continuano a venire.
Perché?
Perché si viene a questo gruppo?
Perché si sta male per un lutto che ci ha devastato la vita.
Ma se si è riusciti a proseguire a vivere tanto da riuscire ad accettare anche solo l'idea di un nuovo compagno, di qualcuno che ha preso il posto di chi è morto, questo non vuol forse dire che si è andati oltre? non vuol forse dire che si è ripreso a vivere?
E se si è ripreso a vivere questo non vuole forse dire che si è in qualche modo richiusa la ferita?
Se la ferita è richiusa perché si sente la necessità di non lasciare il gruppo?
Me lo chiedo soprattutto per il caso della ragazza più giovane.
O forse il dolore non smette mai di essere presente?
Ma se non smette mai come si fa ad accettare la presenza di un ... usurpatore?
Ho la testa piena di domande, anche se sono realmente felice per queste due persone. Credo di essermi illuminata quado quella più giovane raccontava del nuovo compagno. Mi sono illuminata per lei, perché a 30 anni non può aver vissuto tutto quello che ho avuto invece io, ed è giusto che lo abbia. A 30 anni si ha ancora la vita davanti e non si dovrebbe venire trafitti dal lutto.
Beghe da cortile
Ieri sera al gruppo mi sono innervosita. Non sopporto più che si debba dedicare un sesto del tempo alle loro beghe personali di piccolo potere.
Credo che neppure abbiano afferrato il mio sarcasmo quando ho invitatato a mettere il vivavoce in modo che la riunione fosse condivisa.
Ho avuto voglia di alzarmi e andarmene. E forse avrei fatto bene a farlo.
Non l'ho fatto perché mi sono accorta di aspettare il martedì come una valvola di sfogo al mio malessere. Anche se poi non dico quasi nulla di quello che sento.
Probabilmente mi sento fuori posto anche lì. Anche se un po' meno che in altri contesti.
Era stato lanciato un tema intelligente "l'avvicinarsi del Natale". Ma non è stato affrontato davvero. Tutto è stato limitato a dei ricordi.
Ma i ricordi sono proprio la cosa che fa male.
Si è persa un altra occasione.
O. ha tanta buona vuolontà, ma è inadeguata al ruolo che si è scelta.
Onore al merito, alla buona volontà e all'impegno, ma le manca il carisma di guida e soffre troppo quello di G. che velatamente contesta tutte le volte che è assente. Non per l'assenza, ma per la presenza.
Ed ecco che senza accorgermene mi sono fatta invischiare nelle loro beghe da cortile. Proprio quello che non volevo. Questo post termina qui.
Credo che neppure abbiano afferrato il mio sarcasmo quando ho invitatato a mettere il vivavoce in modo che la riunione fosse condivisa.
Ho avuto voglia di alzarmi e andarmene. E forse avrei fatto bene a farlo.
Non l'ho fatto perché mi sono accorta di aspettare il martedì come una valvola di sfogo al mio malessere. Anche se poi non dico quasi nulla di quello che sento.
Probabilmente mi sento fuori posto anche lì. Anche se un po' meno che in altri contesti.
Era stato lanciato un tema intelligente "l'avvicinarsi del Natale". Ma non è stato affrontato davvero. Tutto è stato limitato a dei ricordi.
Ma i ricordi sono proprio la cosa che fa male.
Si è persa un altra occasione.
O. ha tanta buona vuolontà, ma è inadeguata al ruolo che si è scelta.
Onore al merito, alla buona volontà e all'impegno, ma le manca il carisma di guida e soffre troppo quello di G. che velatamente contesta tutte le volte che è assente. Non per l'assenza, ma per la presenza.
Ed ecco che senza accorgermene mi sono fatta invischiare nelle loro beghe da cortile. Proprio quello che non volevo. Questo post termina qui.
lunedì 26 novembre 2012
Le altre famiglie
Ci sono delle famiglie in cui la gente muore per vecchiaia.
Ci sono delle famiglie in cui la gente non vede l'ora che il marito o la moglie muoiano.
Ci sono famiglie dove i lutti scivolano addosso come acqua sul dorso di una papera.
Perché io faccio parte delle altre famiglie?
Ci sono delle famiglie in cui la gente non vede l'ora che il marito o la moglie muoiano.
Ci sono famiglie dove i lutti scivolano addosso come acqua sul dorso di una papera.
Perché io faccio parte delle altre famiglie?
domenica 25 novembre 2012
Le sue cose
Uno degli aspetti peggiori del lutto stretto, dopo il dolore per la mancanza della persona, è il dover disporre delle sue cose. All'improvviso tutto quello che era personale intimo è alla mercé di occhi e di mani che non sono più quelli del proprietario.
Quello che era stato conservato perché aveva un valore, un significato implicito appare come un oggetto senza senso, senza senso agli occhi altrui.
Al dolore si somma il sentimento di violazione, di essere un intrusa mio malgrado.
E infatti io ancora non posso toccare le cose nello studio di Pablo. Ci sono cassetti che non ho potuto guardare, scatole che apro e poi immediatamente richiudo.
Ho dato via i vestiti in Argentina e a Mantova. Qui non ce l'ho fatta, qui è tutto come se lui dovesse ritornare da uno dei suoi lunghi viaggi al di là dell'oceano. La sua tastiera, il suo monitor sono dove erano quando è partito. Solo le sue medicine sono riuscita a regalare, borse intere piene di farmaci.
Nessuno dovrebbe provare quello che ho provato, che sto provando io. Nessuno.
Quello che era stato conservato perché aveva un valore, un significato implicito appare come un oggetto senza senso, senza senso agli occhi altrui.
Al dolore si somma il sentimento di violazione, di essere un intrusa mio malgrado.
E infatti io ancora non posso toccare le cose nello studio di Pablo. Ci sono cassetti che non ho potuto guardare, scatole che apro e poi immediatamente richiudo.
Ho dato via i vestiti in Argentina e a Mantova. Qui non ce l'ho fatta, qui è tutto come se lui dovesse ritornare da uno dei suoi lunghi viaggi al di là dell'oceano. La sua tastiera, il suo monitor sono dove erano quando è partito. Solo le sue medicine sono riuscita a regalare, borse intere piene di farmaci.
Nessuno dovrebbe provare quello che ho provato, che sto provando io. Nessuno.
Sola, triste e abbandonata
Arriva sul mio BlackBerry una notifica dal Facebook di Pablo: notizie dalle vite dei suoi amici, vite che vanno avanti, mentre quella di Pablo si è fermata per sempre.
Mi sento tanto fuori posto qui. Mi sento fuori posto in questo mondo. Non c'è più un luogo qui per me, non ho più una casa.
Oh sì, certo, la casa di mattoni c'è, quella non è crollata. È crollata la casa dell'anima, la casa del cuore. Quella casa si è sgretolata il 29 febbraio 2012.
Credo che Pablo neppure immaginasse cosa avrebbe voluto dire la sua morte per me. Non penso che immaginasse il baratro in cui mi ha fatto precipitare.
Io non ho mai temuto la mia morte, ho invece sempre temuto la morte di chi mi è caro, di chi mi stava accanto.
L'ho sempre detto "voglio morire io per prima", ma non sono stata ascoltata.
Forse non è casuale questo. Credo che Pablo sarebbe stato ancora peggio di come sto io. Lui non voleva neppure pensarmi morta. Io rimandavo al mittente lo spam cartaceo scrivendo sulle buste, accanto al mio nome, "deceduta". A me non faceva né caldo, né frdddo. Lui non poteva vedermelo scrivere.
Quanto mi manca. Quanto mi sento sola, triste e abbandonata.
Mi sento tanto fuori posto qui. Mi sento fuori posto in questo mondo. Non c'è più un luogo qui per me, non ho più una casa.
Oh sì, certo, la casa di mattoni c'è, quella non è crollata. È crollata la casa dell'anima, la casa del cuore. Quella casa si è sgretolata il 29 febbraio 2012.
Credo che Pablo neppure immaginasse cosa avrebbe voluto dire la sua morte per me. Non penso che immaginasse il baratro in cui mi ha fatto precipitare.
Io non ho mai temuto la mia morte, ho invece sempre temuto la morte di chi mi è caro, di chi mi stava accanto.
L'ho sempre detto "voglio morire io per prima", ma non sono stata ascoltata.
Forse non è casuale questo. Credo che Pablo sarebbe stato ancora peggio di come sto io. Lui non voleva neppure pensarmi morta. Io rimandavo al mittente lo spam cartaceo scrivendo sulle buste, accanto al mio nome, "deceduta". A me non faceva né caldo, né frdddo. Lui non poteva vedermelo scrivere.
Quanto mi manca. Quanto mi sento sola, triste e abbandonata.
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