Non leggete questo blog

Non leggete quello che scrivo se non siete disposti ad accettare che il dolore esiste, che il dolore è qui e che rischia di sfiorarvi e forse di travolgervi.

Non leggetelo se non siete disposti a tacere.
Non ditemi mai "non DEVI fare così, non DEVI dire questo" .
Che ne sapete voi di quello che ho dentro? Che ne sapete voi di cosa vuol dire doversi alzare dal letto ogni mattina per affrontare il vuoto, il lutto, la mancanza irrimediabile?

Non leggetelo se siete convinti che la vita sia solo rose e fiori e non volete vedere il nero.

Non leggetelo se volete solo distrarvi.

Non leggete le mie parole se pensate di dirmi "la vita va avanti, devi vivere per te".

Qui vi troverete sbattuto in faccia il dolore soffocante, quello che impedisce di respirare.
Qui vi troverete sbattuto in faccia il desiderio impellente, disperato, di morire per smettere di soffrire.
Qui vi troverete sbattuto in faccia il lutto cupo, devastante. Quello che impedisce di indossare i colori, non perché sia una convenzione sociale, ma perché il corpo li respinge, perchè il corpo può accettare solo il nero, il grigio e il bianco.

Qui vi troverete sbattuta in faccia tutta la mia rabbia per l'ingiustizia di questa morte. Per quello che non gli è stato concesso. Per quello che ci è stato tolto.

Non leggetemi se non siete disposti alla pietas, al cordoglio. Quelli veri.


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mercoledì 31 ottobre 2012

Come è meglio morire?

Difficile fare una graduatoria.
Difficile stabilire se sia peggio vedere il proprio caro spegnersi lentamente, con dolore, con mancanza di dignità, oppure se sia peggio vederselo strappare all'improvviso, senza aver avuto modo di accomiatarsi, di darsi un appuntamento di là.
Meglio stringere la mano, essere accanto alla fine di una malattia capace anche di privare della dignità? O meglio vedere in un secondo la vita svanire senza neppure l'ultimo bacio?
Io ho avuto la "fortuna" di provarle entrambe allo stesso momento,  per la stessa morte.
Anni e anni di calvario, con lui tenacemente attaccato alla vita, pochissimi lamenti, senza mai pesarmi, scrupoloso e diligente nel prendere le 28 pastiglie al giorno.  E poi in un attimo, quando i medici gli avevano detto che stava abbastanza bene da poter affrontare il lungo viaggio, morire di colpo, da solo, lontano 12.000 km da me.
Rivedo in continuazione nella mia mente il film dei suoi ultimi giorni. Ricostruisco il puzzle senza sosta. E' marchiato a fuoco nella mia testa, sulla mia pelle.

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